«I giovani consumano meno, ma una minoranza sperimenta di più»: le benzodiazepine e l’ossicodone sono diventate una moda?

Qual è l’influsso dei social media e degli spazi digitali sulle abitudini di consumo dei giovani? Se a livello complessivo questi ultimi consumano meno alcol, tabacco e droghe illegali, una minoranza sperimenta con uno spettro più ampio di sostanze, spinta dalle mode, dalla musica e dalle possibilità di Internet. Bernd Werse, responsabile dell’istituto di ricerca sulla dipendenze di Francoforte, spiega perché la prevenzione tradizionale spesso fallisce e qual è il ruolo dei social media

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Bernd Werse è professore di lavoro sociale e ricerca sociologica sulle dipendenze presso la Frankfurt University of Applied Sciences ed è a capo dell’istituto di ricerca sulla dipendenze (ISFF). Foto: NÓI Crew

Walter Rohrbach: Signor Werse, negli ultimi anni il suo team ha studiato a fondo il consumo di sostanze nei giovani. Perché si concentra sugli oppioidi e sulle benzodiazepine nello studio BOJE (acronimo tedesco che sta per «consumo di benzodiazepine e di oppioidi negli adolescenti e nei giovani adulti»)?

Bernd Werse: A metà degli anni 2010, queste sostanze – dalle bevande contenenti codeina, alla tilidina, fino alle benzodiazepine – hanno cominciato a essere menzionate sempre più di frequente nel rap tedesco, seguendo una tendenza proveniente dagli Stati Uniti. All’epoca, la stampa ci chiedeva spesso se questa fosse diventata una nuova moda tra i giovani, e per molto tempo la nostra risposta era negativa: dalle indagini non emergeva nulla del genere. Tuttavia, poi le cose hanno iniziato a cambiare, e alla fine siamo riusciti a convincere il ministero della sanità tedesco a realizzare uno studio a riguardo.

Cos’è emerso dallo studio?

Almeno a Francoforte, e la situazione è simile nella maggior parte delle altre grandi città, verso la fine degli anni 2010 la percentuale di giovani che aveva già fatto uso di sostanze risultava più elevata rispetto al passato. Se prima si trattava dell’1–2 per cento degli adolescenti di massimo 18 anni, ormai si era arrivati fino al 4 per cento. Pur sempre una minoranza, ma prima la problematica era quasi inesistente. Lo studio, che includeva un sondaggio online e delle interviste qualitative, ci ha quindi consentito di concludere che la cultura giovanile, soprattutto il rap tedesco, stava davvero avendo un impatto concreto – soprattutto nei giovanissimi – perché rendeva note queste sostanze attraverso brani di successo. Nelle cerchie di amici in cui si ascoltava questo tipo di musica, poteva capitare che qualcuno riuscisse a procurarsi la tilidina e che poi la facesse circolare nel gruppo. 

Ad ogni modo, bisogna sottolineare che quando il consumo diventa regolare o problematico, di norma alla base vi sono dei disturbi psicologici, delle comorbilità. Questo è emerso chiaramente per esempio in uno dei gruppi di amici che ho intervistato: dopo le prime esperienze con la tilidina, una persona che già soffriva di depressione ha sviluppato un uso problematico di questa sostanza, mentre gli altri ne hanno preso le distanze. 

Nello studio parla di giovani particolarmente inclini all’uso di droghe, una piccola parte dei giovani che consuma sostanze psicoattive. Può fornire qualche dettaglio in più su questo gruppo?

Soprattutto all’interno del campione interpellato online, coloro che hanno dichiarato di aver fatto uso di benzodiazepine o oppioidi nella maggior parte dei casi avevano sperimentato anche con altre droghe illegali: non solo con la canapa, bensì anche con cocaina, anfetamina ed ecstasy. Molti di loro frequentavano la scena della techno e della vita notturna già da prima, e quindi erano più aperti a provare cose nuove. Nei club le benzodiazepine vengono utilizzate anche per «calmarsi» dopo lunghe nottate di baldoria. Ci è stato descritto in maniera molto concreta: dopo due o tre giorni di festa, si prende qualcosa per poter riuscire di nuovo a dormire. 

Ho la sensazione che i social media abbiano contribuito a rendere le sostanze psicoattive più accessibili e a diffondere informazioni sulle varie opzioni e sui loro effetti. Un tempo le sostanze disponibili erano poche, mentre oggi procurarsele è diventato più semplice e l’offerta molto più ampia. Concorda? 

Sì, confermo. L’inizio degli anni Novanta ha segnato una prima svolta: fino ad allora in alcuni ambienti si accettava il consumo di canapa, ma la cosa si fermava lì. Poi, con il movimento techno è diventato più normale provare anche altre sostanze. Alla fine degli anni 2000 si è verificata un’altra svolta quando alcuni gruppi hanno cominciato a consumare le cosiddette «nuove sostanze psicoattive», come i cannabinoidi e il mefedrone. Inoltre, grazie al commercio online (si pensi p. es. agli shop della darknet) il numero di stupefacenti disponibili è aumentato. Soltanto una piccola parte dei consumatori ricorre a queste soluzioni, tuttavia proprio per chi è particolarmente incline all’uso di droghe, esse rappresentano un’opzione aggiuntiva per procurarsi tali sostanze. In termini generali, i media digitali hanno ampliato lo spettro di droghe disponibili, ma questo non significa che si consumi per forza di più. Anzi, negli ultimi anni il consumo tra i giovani è prevalentemente calato. 

Qual è il ruolo delle benzodiazepine e degli oppioidi tra i giovani? 

La cosa interessante è che questi medicamenti soggetti a prescrizione medica prima erano diffusi soprattutto tra le persone anziane, in particolare per trattare determinati problemi di salute. Secondo alcune stime, in Germania vari milioni di persone potrebbero essere dipendenti dalle benzodiazepine o da medicinali oppioidi. Quelle che un tempo erano considerate «droghe della generazione più anziana» ormai hanno però raggiunto anche una parte dei giovani e, in certa misura, sono diventate più accettabili. Molti giovani interpellati nell’ambito dello studio hanno riportato di aver preso i medicinali dall’armadietto dei genitori o dei nonni. La disponibilità di queste sostanze, e in parte anche la prassi prescrittiva poco rigorosa, contribuiscono quindi sicuramente ad alimentare la tendenza. 

Negli ultimi anni lo spazio digitale è diventato un luogo centrale nella vita dei giovani. Ciononostante lì i messaggi sulla salute faticano a farsi strada. Philip Bruggmann, del centro per la medicina delle dipendenze di Zurigo (Arud), in un’intervista ha affermato che l’educazione sulle sostanze illegali non può essere un compito dei social media. Cosa ne pensa?

Ci sono vari sviluppi. Di recente sono stato intervistato da una giornalista della ZDF sul trend TikTok #pingtok, dove i giovani si filmano mentre sono sotto effetto di ecstasy. Anche se questo fenomeno è sicuramente diffuso in alcune cerchie ristrette, la maggior parte dei giovani non prova alcun interesse a riguardo. In generale osserviamo che a Francoforte, come anche a livello nazionale, i giovani consumano sempre meno droghe, siano esse illegali o legali: nel 2016 il 45 per cento degli adolescenti tra i 15 e i 18 anni aveva sperimentato con la canapa, mentre nel 2024 si trattava solo del 22 per cento. I numeri scendono anche per quanto riguarda l’alcol e il fumo. Si può quindi presumere che oggi la maggior parte dei giovani consuma di meno. Lo vedo anche nel mio piccolo: una percentuale sorprendentemente alta di adolescenti e giovani adulti rinuncia del tutto all’alcol. Ai miei tempi sarebbe stato impensabile. 

Cos’è cambiato da allora? 

Il contesto sociale sembra essere diverso: in passato era normale che qualcuno dicesse «dai, bevi con noi!», mentre oggi in questi gruppi l’alcol sembra non avere quasi più importanza. Questo cambiamento potrebbe essere effettivamente legato ai social media. Di recente un collega mi ha esposto la teoria secondo cui il consumo collettivo tra i giovani è diminuito a causa dell’aumento dell’uso dei media digitali a scapito della comunicazione diretta: parlandosi attraverso piattaforme come WhatsApp, Instagram e altri social media, oggi ci sono meno occasioni di consumare qualcosa in compagnia. Può suonare semplicistico, ma sono convinto che questo aspetto abbia un suo peso. 

A ciò si aggiunge il crescente rilievo attribuito alla salute e alla forma fisica. I messaggi di prevenzione non hanno forse un effetto diretto, ma la consapevolezza dei danni derivanti dal consumo in gioventù sembra diffondersi sempre di più. 

Questa «presa di coscienza riguardo alla salute» non sembra però aver raggiunto tutti. 

C’è un gruppo che continua a essere aperto a nuovi stupefacenti, e in questo contesto si osserva anche un consumo combinato di più sostanze. Come detto, ciò è dovuto anche al fatto che oggi lo spettro di sostanze è più ampio rispetto al passato, cosa che spinge a provare stupefacenti diversi allo stesso tempo. Lo si vede anche guardando i numeri relativi ai decessi per droga: proprio dove l’uso di stupefacenti è già comunque rischioso, il consumo combinato – cioè l’assunzione di più sostanze psicoattive, talvolta cinque, sei o sette diverse – è diventato molto più frequente. In questi ambienti il consumo si è dunque intensificato e diversificato ancora di più. 

In Germania il numero di giovani morti per droga è aumentato?

Sì. Nel 2023 si è raggiunto un picco, anche se da allora le cifre sono leggermente calate. La maggior parte delle vittime di droga non è però più giovanissima: in proporzione, l’aumento tra i giovani è notevole, ma i numeri assoluti rimangono bassi. A Francoforte l’età media nella scena della droga è aumentata, tuttavia si intravede anche un lieve ritorno dei giovani. Gli operatori sociali che si occupano di lavoro sulla strada si rivolgono specialmente a quest’ultimo gruppo, ottenendo risultati positivi. 

Quanto è efficace la prevenzione sui social media?

Fare prevenzione sui social media non è facile, perché il materiale ufficiale raramente viene utilizzato dai giovani. Per esempio, se l’istituto tedesco per la salute pubblica provasse a raggiungere questo gruppo ricorrendo ai social, otterrebbe scarsi risultati: i contenuti non rispondono alla logica della piattaforma e stenterebbero parecchio a diffondersi. Le storie vere invece, come il documentario «Babo: la storia di Haftbefehl », riescono ad arrivare a più giovani rispetto agli strumenti di prevenzione tradizionali. Anche qui resta però da capire se vi è un impatto positivo reale, perché i giovani, vivendo in contesti completamente diversi, faticano a identificarsi con storie così estreme. Ad ogni modo, forse un documentario del genere può comunque fungere da monito, soprattutto in considerazione del fatto che negli ultimi anni il consumo di cocaina è aumentato in maniera significativa non solo in Germania, anche a causa dell’aumento della qualità e dell’abbassamento dei prezzi. Questi esempi possono sicuramente spaventare i giovani, tuttavia rimane poco chiaro come raggiungere efficacemente questo gruppo. 

Tra l’altro, negli ultimi anni alcuni rapper tedeschi (p. es. Capital Bra) che in un primo momento avevano celebrato determinate droghe hanno preso le distanze da queste sostanze, e una parte di loro ha addirittura avvertito i fan dei pericoli. In questi casi mi chiedo sempre se appelli del genere vengono presi sul serio quanto i video precedenti, nei quali il consumo veniva esaltato. 

Cosa si potrebbe fare in alternativa?

Purtroppo non ho idee davvero valide su come raggiungere i giovani in maniera più efficace e impedire che facciano uso di droghe. Ciò che ha colpito nello studio BOJE è che soprattutto i giovani entrati molto presto in contatto con sostanze come la tilidina spesso non avevano alcuna consapevolezza dei rischi. È comprensibile, perché a 15 anni non si hanno ancora conoscenze approfondite sulle varie sostanze. Di conseguenza, molti fanno uso di droghe con estrema leggerezza, combinando per esempio la tilidina o le benzodiazepine con l’alcol, per poi ammettere di aver agito in modo incosciente e riconoscere che prima avrebbero dovuto informarsi, perchè nel peggiore dei casi questo atteggiamento può costare la vita. Se mai, sarebbe opportuno concentrarsi su gruppi di persone particolarmente a rischio con misure preventive mirate e selettive. 

 

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