«La gestione della salute in azienda è una pratica sempre più diffusa»
Da quasi vent’anni il professor Andreas Krause s’impegna per promuovere la gestione della salute in azienda (GSA). Secondo lui, oggi le aziende non possono più permettersi di trascurare la salute dei propri collaboratori, e il tema della salute dovrebbe essere integrato in modo mirato soprattutto nei processi di cambiamento. Come spiega, i dirigenti hanno un ruolo cruciale in questo contesto.
Quanto è diffusa la gestione della salute in azienda?
Andreas Krause: Ogni quattro anni viene svolto un monitoraggio per valutare la diffusione della gestione della salute in azienda (GSA). Nel 2024, più del 70 per cento delle aziende svizzere con almeno dieci collaboratori si è impegnato per la promozione della salute in azienda. È una percentuale davvero elevata. Più del 20 per cento di tutte le aziende afferma di attuare la GSA in modo sistematico, ossia secondo un certo orientamento strategico e con obiettivi e responsabilità ben definiti.
Questo vuol dire che anche le PMI attuano la GSA?
Sì, e quello che mi ha colpito è che non esistono grandi differenze tra le piccole imprese da dieci a cinquanta collaboratori e quelle un po’ più grandi fino a cento collaboratori. In generale, le aziende di più grandi dimensioni continuano ad avere più possibilità e risorse per promuovere la GSA, ma le differenze non sono poi così marcate come ci si potrebbe aspettare.
Secondo Lei, qual è l’argomento più convincente a favore della GSA?
La salute è un motore di efficienza e innovazione. Trascurare la salute del personale non è più un’opzione, soprattutto in un’epoca in cui le esigenze nei confronti dei collaboratori sono così elevate e i cambiamenti si susseguono a un ritmo sostenuto. Le aziende non hanno scelta: devono occuparsi attivamente della GSA e della capacità di rendimento dei collaboratori.
Perché le aziende scelgono di attuare la GSA?
Il monitoraggio GSA aiuta a comprendere le ragioni di questa scelta. Ecco cosa emerge:
- in cima alla classifica figurano la soddisfazione e il benessere dei collaboratori;
- al secondo posto segue la riduzione dell’assenteismo;
- e, infine, subito dopo c’è la volontà di aumentare l’attrattiva dell’azienda come datore di lavoro.
Al momento notiamo che il tema delle assenze sta tornando ad essere di grande rilevanza, anche perché sempre più aziende ne segnalano un aumento.
Cosa fanno le aziende per promuovere la salute dei loro collaboratori?
Per promuovere la salute sul lavoro, le aziende intervengono soprattutto sulla gestione del lavoro e sullo sviluppo del personale e dell’organizzazione. Queste misure non sono sempre direttamente associate al concetto di salute, ma garantire buone condizioni di lavoro, come ruoli chiari e attività diversificate, significa anche promuovere la salute del personale.
In seconda battuta, le aziende adottano misure legate alla gestione delle assenze e dei casi. Le aziende si trovano spesso ad affrontare casi di collaboratori malati o con problemi di salute. Il loro obiettivo è permetterne la reintegrazione al lavoro. Le offerte di promozione della salute, come attività di rilassamento, sport o massaggi durante l’orario di lavoro, sono invece ancora poco diffuse.
Cosa serve perché le misure adottate siano efficaci?
È richiesto un approccio sistematico. Spesso le aziende mettono in atto singole misure senza aver ben chiaro cosa vogliono ottenere. Procedendo invece in modo sistematico, secondo una strategia definita e con il sostegno della direzione aziendale, è possibile migliorare le condizioni di lavoro in maniera duratura. Questo approccio funziona decisamente meglio delle iniziative isolate, che, senza un quadro definito, rischiano di risultare inefficaci.
Come si misura il successo?
Esistono molteplici indicatori. Tra gli aspetti più considerati dalle aziende si possono sicuramente menzionare le assenze e i costi che ne derivano, come ad esempio quelli per l’assicurazione d'indennità giornaliera. Se si riesce a ridurre le assenze, si hanno anche benefici economici tangibili. I sondaggi condotti tra i collaboratori forniscono ulteriori informazioni: riflettono il punto di vista soggettivo del personale in merito al benessere e alle condizioni di lavoro.
Secondo Lei, c’è un’azienda che rappresenta un modello di gestione della salute in azienda?
Ci sono molte aziende che fanno un ottimo lavoro in tale senso. Si pensi alle circa 111 aziende che hanno ottenuto il marchio «Friendly Workspace» di Promozione Salute Svizzera. Personalmente, apprezzo molto la cooperativa Migros Aare. Ha un programma completo che punta a sviluppare una leadership attenta alla salute del personale, con risultati concreti: contrariamente alla tendenza generale, è riuscita a ridurre le assenze nonostante i grandi cambiamenti interni. Ha saputo affrontare un periodo turbolento con un approccio sistematico, dimostrando che un impegno a lungo termine ripaga. La salute non è considerata come un obiettivo puntuale, ma è integrata in una strategia pluriennale con il coinvolgimento dei dirigenti.
Per implementare con successo la GSA è importante tenere conto della salute in maniera mirata durante i processi di cambiamento, come l’introduzione di nuovi strumenti digitali o le riorganizzazioni del personale. Dato che i cambiamenti sono spesso fonte di stress, è fondamentale riflettere preventivamente sugli aspetti legati alla salute, ridurre al minimo i rischi e rafforzare in modo mirato le risorse. Migros Aare persegue questi obiettivi in modo coerente e sistematico.
Coinvolgere i dirigenti porta dunque al successo?
Ci sono diversi elementi che rendono una leadership attenta alla salute. I dirigenti dovrebbero possedere conoscenze di base sull’argomento ed essere consapevoli del loro margine di manovra: quali fattori influiscono sulla salute e sul rendimento dei collaboratori? Tra questi rientrano la qualità delle condizioni di lavoro e l’equilibrio tra stress e risorse. I dirigenti dovrebbero chiedersi: come posso influenzare questi aspetti? Ho un buon rapporto con i miei collaboratori? Come gestisco le situazioni difficili e come conduco i colloqui per fornire supporto alle persone interessate? È interessante notare che gli approcci di promozione della salute basati sul ruolo dei dirigenti e sulla buona collaborazione sono particolarmente diffusi nelle aziende piccole. L’anno scorso abbiamo lanciato il sito gesunde-kmu.ch, dove le PMI possono trovare esempi pratici di altre imprese di dimensioni simili, che possono facilmente prendere come spunto.
Lei si occupa di gestione della salute in azienda da tanti anni. Cosa è cambiato con il tempo?
L’accettazione è cresciuta moltissimo. Lavoro da quasi vent’anni alla Scuola universitaria professionale della Svizzera nordoccidentale, dove mi sono occupato dello sviluppo di progetti e corsi di perfezionamento sulla gestione della salute in azienda. All’inizio era ancora una pratica insolita, mentre oggi è ampiamente diffusa.
Per la maggior parte delle persone è chiaro che occorre fare qualcosa per la salute, anche se non tutti sono disposti a parlare apertamente di gestione della salute in azienda. Soprattutto nelle piccole imprese, l’accostamento dei termini «gestione» e «salute» può talvolta incontrare resistenze e generare malintesi.
Oggi, però, è ormai quasi scontato che le aziende si occupino di salute fisica e mentale o di gestione dello stress. Di fronte ai continui cambiamenti nelle aziende, c’è da porsi una domanda fondamentale: come possiamo preservare la salute in questo contesto?
Le forme di collaborazione si sono evolute negli ultimi anni. Facendo riferimento alla Sua analisi sugli effetti di nuove forme di lavoro sulla salute, quali sono le principali conclusioni a cui è giunto?
Nell’ambito dell’analisi abbiamo studiato l’impatto delle nuove forme di collaborazione che stanno rivoluzionando le gerarchie tradizionali. Tra queste vi rientrano ad esempio la «leadership condivisa», in cui i compiti dirigenziali sono distribuiti all’interno del team, o l’«olocrazia», un modello che abbandona la struttura gerarchica tradizionale a favore di un’organizzazione a cerchi. In base a quanto emerso, il lavoro in team auto-organizzati e le forme di lavoro agili sembrano effettivamente influire sulla motivazione: i collaboratori hanno più autonomia, si sentono più coinvolti e ricevono maggiore sostegno dai colleghi. E questo spesso si traduce in un impegno maggiore.
Tuttavia, non possiamo ancora dire con certezza come queste forme di lavoro influiscano su stress e fatica. Lo stress può anche aumentare, ad esempio se i ruoli non sono ben definiti. Per alcune persone, queste forme di lavoro possono poi provocare insicurezza o ansia, e l’auto-organizzazione può addirittura generare un sovraccarico.
Ci ha sorpreso costatare che questi approcci siano stati studiati soprattutto in aziende ancora organizzate in modo gerarchico, che riducono la gerarchia solo in alcuni settori. Ci si potrebbero quindi aspettare delle incongruenze. Invece, prevalgono gli effetti positivi su impegno, motivazione e risorse. Questo significa che, in sostanza, si tratta di un approccio valido. Le aziende devono però avviare e accompagnare i processi nel modo appropriato,
tenendo conto della salute sin dal principio. I sistemi di allerta precoce possono aiutare a individuare sviluppi critici. Occorrono strumenti per discutere contraddizioni e situazioni di stress, così da evitare che l’introduzione di nuove forme di lavoro generi malessere in alcuni collaboratori. Con l’aumentare dell’auto-organizzazione cresce anche la responsabilità dei collaboratori, che devono partecipare alle riflessioni, fare proposte, segnalare difficoltà e scambiarsi feedback. Questo aspetto va sviluppato ed è spiegato nel foglio d’informazione 130 di Promozione Salute Svizzera.
Che ruolo ha la salute mentale nelle aziende?
Il monitoraggio GSA mostra che le aziende vogliono investire sempre di più in questo ambito.
Si sta già facendo e sperimentando molto per migliorare la gestione dello stress, ad esempio con corsi di resilienza o di gestione dello stress, come i corsi ensa. Le aziende formano persone che siano in grado di riconoscere i segnali di stress psicologico e svolgere appositi colloqui, senza dover dipendere esclusivamente dai dirigenti.
Ma i corsi da soli non bastano, anzi possono addirittura far pensare ai dirigenti che sia stato già fatto abbastanza e che la questione sia risolta. Ciò che è davvero utile e che si fa ancora troppo poco è tenere conto della salute mentale anche in caso di cambiamenti, già nella pianificazione di nuovi progetti, come ha mostrato Migros Aare. I cambiamenti generano sempre stress e incertezza. In queste situazioni è importante rafforzare la resilienza dei collaboratori e incoraggiarli ad affrontare apertamente i problemi.
Al lavoro non è sempre facile parlare apertamente della propria salute...
Molti collaboratori esitano a parlare con i propri superiori di difficoltà personali o di problemi legati al lavoro. Ma proprio questo silenzio può generare spirali negative e portare ad assenze prolungate. L’obiettivo dovrebbe quindi essere quello di creare una nuova forma di sicurezza psicologica. Le persone dovrebbero imparare a trasmettere le informazioni in modo strategico, ovvero a parlare della propria situazione in modo da comunicare i disagi e gli aspetti rilevanti, costruire fiducia e cercare soluzioni costruttive senza sentirsi obbligate a rivelare tutto fin dall’inizio. Questo aspetto è particolarmente importante per i giovani adulti, e soprattutto per le giovani donne, che oggi riferiscono più spesso di sintomi psicologici come ansia o depressione. Anche se molti ricevono supporto professionale o ne parlano con gli amici, sul lavoro tendono a essere più cauti.
C’è bisogno di invertire questa tendenza: le organizzazioni dovrebbero favorire una maggiore apertura e creare processi di apprendimento condivisi, in modo da adattare le condizioni di lavoro quando serve e mostrare alle persone che sono ancora in grado di lavorare anche nei momenti difficili. Finora, però, lo scambio e l’approccio costruttivo sono ancora poco diffusi. Anche se dai sondaggi risulta che la maggioranza dei collaboratori è pronta a parlare dei propri problemi psicologici con i superiori, nella pratica questo avviene troppo poco e spesso troppo tardi. Oggi esistono molti corsi per dirigenti e collaboratori su come riconoscere e affrontare i segnali di stress negli altri, ma è altrettanto importante che i collaboratori possano discutere dei propri sintomi in modo costruttivo.
Come però ha sottolineato, le formazioni e i corsi da soli non sono sufficienti...
L’importante è creare strutture in cui sia possibile parlare regolarmente di carico di lavoro, pressione e incertezze. In questo modo, nei momenti difficili risulta naturale segnalare quando qualcosa diventa troppo e cercare insieme soluzioni.
Qui il ruolo dei dirigenti è fondamentale: i collaboratori devono sentirsi compresi e sostenuti dal proprio superiore, anche quando non è possibile trovare subito una soluzione perfetta. Questo scambio può avvenire sia in colloqui individuali sia in riunioni di gruppo, ad esempio in contesti agili, dove si discute apertamente del sovraccarico di lavoro.
Quindi è più che altro una questione di cultura?
Sì. Tutto dipende dal modo in cui le persone interagiscono tra loro. La pressione è vista come un problema personale oppure come una questione che riguarda l’intero team e che va affrontata insieme? Se non si parla delle situazioni di stress, c’è il rischio che aumentino le assenze per malattia. Al contrario, se ci si riflette insieme, si possono trovare soluzioni e si impara a gestire meglio le situazioni difficili.
L’obiettivo, quindi, non è solo rafforzare la resilienza individuale, ma anche quella del team e di un dato servizio. Una collaborazione aperta e solidale diventa così una risposta importante all’aumentare della pressione al cambiamento e dell’incertezza nel mondo del lavoro.
Lei è il presidente del Forum GSA Berna-Soletta. Qual è il ruolo dei forum GSA in Svizzera?
In tutta la Svizzera dovrebbero nascere reti regionali che aiutino le aziende ad attivarsi per la promozione della salute. Quando ci si incontra sul posto, magari direttamente in azienda, diventa più facile conoscere gli altri e pensare: «Ok, anche noi possiamo farlo». L’idea è quindi quella di stimolarsi a vicenda. Di conseguenza, le reti regionali possono essere ancora più efficaci degli incontri nazionali o dei siti Internet. Nella Svizzera orientale esiste già da tempo un forum GSA di questo tipo. Conta circa 320 membri e, con il tempo, ha convinto un numero sempre maggiore di aziende a partecipare.
Come fanno i forum a convincere le aziende?
Organizzano eventi in loco. Tutti i forum riflettono su come farlo nel modo migliore e, una volta all’anno, molti di loro organizzano un evento più ampio per coinvolgere anche nuove aziende. Parallelamente, le aziende già parte della rete si incontrano con regolarità per scambiarsi idee, ad esempio in occasione delle cosiddette «colazioni di lavoro».
I forum hanno già ottenuto qualche risultato?
Promozione Salute Svizzera pubblicherà prossimamente un foglio d’informazione sull’argomento, basato su una valutazione. I risultati mostrano che le aziende affiliate stanno implementando attività di promozione della salute in modo più sistematico, e questo significa che i forum hanno un impatto positivo.
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